Le fotografie di Antonio Briceño
Il Venezuela si presenta alla Biennale di Venezia con delle immagini dedicate al mondo, ed ai
problemi, delle popolazioni indigene.
Le foto degli sfondi sembrano fatte con il grandangolo, e queste grandi stampe colorate, con la
persona in primo piano e la natura tutto intorno ti fanno sentire dentro al posto, puoi quasi sentire il rumore del fiume, calmo, sordo, enorme ma in sottofondo. Sentire l’odore denso e dolce del cioccolato, quell’odore che ti prende all’equatore.
La natura preponderante, millenaria che ti irconda; certo, anche la nostra è millenaria, ma quella della selva amazzonica dà l’impressione di essere più ancestrale, sembra che ogni lago, ogni albero abbia un proprio trascorso ed una propria individualità.

Parliamo di immagini talmente vive da proiettarci dentro ricordi ed esperienze. Ed è questo il bello delle fotografie: ci rapiscono ed innescano un processo di riproposizione ed identificazione.
Ci permettono di andare indietro e rivivere esperienze totalizzanti.
Allo stesso tempo, guardando i suoi lavori, non possiamo fare a meno di chiederci quale sia la
presa di realtà di queste popolazioni.

Viaggiando lungo il fiume, che è l’unica arteria praticabile, le rive si ergono alte sei-otto metri
rispetto all’acqua, in modo da evitare i problemi dovuti alle piene. Di tanto in tanto accade di
vedere una casupola in alto, divisa tra un fiume largo due volte il Po e una foresta che ci puoi
camminare dritto per qualche migliaio di chilometri. Senza luce, acqua potabile, telefono.
Niente internet, niente CNN, niente cellulare. La cittadina più vicina, Puerto Maldonado, 28mila
abitanti, è ad un’ora di barca. Ragazzi che ti dicono che sì, un paio di volte sono stati a Cuzco,
ma che non gli piace; c’è troppo rumore, troppo traffico: troppo caos.

Quale sarà la percezione della realtà, la Weltanschauung di questa gente? Forse anche loro non hanno un’idea chiarissima su quelli che sono i meccanismi dell’ultima finanziaria messa in atto dal governo.
Ricordo una camminata da soli, nel mezzo della foresta; dopo un paio d’ore arriviamo ad una
capanna. Al momento vuota, un paio di galline; le porte sono aperte, le serrature non esistono.
Appesa ad un albero una radiolina a batterie: trasmette “Corazon espinado”. Chissà se hanno
mai visto un’immagine di Santana e se se lo immaginano simile a loro.
Sono foto che ci parlano di una natura preponderante e talmente ampia da non riconoscerne la fine. Ci parlano della dignità e della semplicità di un popolo che non fanno più parte del nostro mondo. Ci parlano delle abitudini e del modo di vita di questa gente.


Senza dimenticare le cerimonie; una delle realtà sconosciute, affascinanti e profonde di quelle
zone. Rituali che vengono superficialmente confusi con l’uso di droghe, e che invece sono parte
basilare delle loro esperienze religiose.
In proposito esiste un sito chiarificatore, www.refugioaltiplano.org, di cui ho curato la traduzione italiana.
Parliamo di cerimonie che si svolgono in quattro-cinque stati sudamericani, a cui hanno
partecipato migliaia e migliaia di occidentali, che viaggiano fin lì per saggiare dimensioni parallele,
accompagnati da sciamani che lavorano da anni su questi viaggi e che fanno in modo che
quest’esperienza si svolga senza traumi in modo da poter modificare in senso positivo le
coscienze individuali.


Alcune delle persone ritratte da Briceño indossano degli scialli o dei vestiti colorati: le donne
riproducono su coperte e scialli delle rappresentazioni geometriche he veicolano la loro
cosmogonia speculare, in modo non dissimile da quello usato dagli aborigeni, che vede una corrispondenza assoluta tra cielo e terra, tra mondo interno e mondo esterno.
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