Gerusalemme

Mozzafiato. Città-specchio dove gli opposti si riflettono, luogo della giustapposizione e dei prestiti. La città vecchia è un’utòpia incompiuta. È un luogo insostenibile, troppo carico di passioni violente, totalizzanti, celestiali e abbiette. Nel dedalo di pietre ocra, abbacinanti sotto il sole di dicembre, si inciampa nelle più disparate culture di ogni tempo e ogni angolo del mondo. Cavalieri dell’ordine di Malta venuti dalla Sicilia arabo-normanna come crociati del nuovo millennio, maestosi anziani copti in preghiera e canti miracolosamente salvati all’oblio, austeri preti greco-ortodossi a guardia del S.Sepolcro nella penombra delle lampade russe. L’odio cordiale fra le diverse confessioni cristiane, tutte tese a disputarsi ogni centimetro quadrato di una terra troppo antica e carica di significati simbolici, il silenzio e le leggende legate alla radice di un albero millenario in un convento georgiano a due passi dalla Knesset, la distesa di candele a ricoprire gli scalini che portano alla tomba di Maria, venerata da musulmani e un crocchio di donne quacchere. Veli, veli, veli: i fazzoletti delle donne russe, lo hijab delle musulmane, i cappelli borghesi delle ebree, i foulard delle colone, i copricapo più assurdi delle suore di chissà quali congregazioni. Foto che testimoniano di una missione russa arrivata fin qui 2 secoli fa, anglicani che applicano la teologia della liberazione in Palestina, un sacerdote camerunese che si prende cura di filippini maltrattati da ricchi israeliani, francescani che si occupano di ebrei convertitisi di nascosto al cristianesimo, messe e via crucis in latino, greggi di pellegrini chiassosi e bacia-pietre.

Questa è la città vecchia di Gerusalemme. Per me è il centro del mondo, e per questo fa venire le vertigini. Qui culture antichissime, religioni potenti, lingue morte secoli orsono, archeologia politicizzata si mischiano con la spiritualità commercializzata dei luoghi sacri. Il cenacolo dell’ultima cena è diventato una yeshiva (scuola ebraica), il concerto di musica classica nel delizioso cortiletto della chiesa luterana è sorpreso a un certo punto dal richiamo alla preghiera del muezzin, gli studiosi di siriano antico e aramaico compilano i loro dizionari a due passi dal muro del pianto. Qui a festeggiare la fine dello shabbat si ricrea un nuovo crogiuolo: gruppi di giovani religiosi che danzano intorno alla Torah, ultraortodossi che si mettono a battere i piedi a testa in giù per rallegrare i commensali delle cene comunitarie stile “parrocchiano”, fancy religious girls (le ragazze ebree che seguono con lo stesso zelo i precetti della Torah e la moda di Tel Aviv), giovani americani con la kippah che si mettono a disquisire con i sapienti vicino alle rovine del tempio, bambini che scorrazzano ovunque, credenti che pregano ondeggiando davanti al muro.

Tra i turisti americani con il cappello da cow-boy con la scritta Israel sopra, non c’è angolo di questa cittadella che non rechi traccia del passaggio di una civiltà diversa e non attesti una qualche tappa della storia. Non mi stanco mai di ammirare la finezza di certi oggetti rituali ebrei che riportano a tradizioni secolari non ancora estinte.

Gerusalemme ovest pure è un posto brulicante di contrasti. È uno strano ed entusiasmante cocktail di ambiente mittel-europeo, shetl del 700 e bella copia degli States.
Puoi passare dalla libreria dove ci si rilassa nelle poltroncine a leggere libri di seconda mano e ascoltare musica jazz, alla mostra di fotografia dove giovani israeliani e tedeschi insieme (!) mostrano volti di palestinesi di Gerusalemme Est. Vai al mercato dove tante bombe sono scoppiate, e lo scopri tanto simile al suq arabo. Entri in Mae Sharim (il quartiere degli ultraortodossi) e hai l’illusione che il tempo si sia fermato due secoli fa: intorno a te solo haredi (ultraortodossi) con i cernecchi (i “boccoli” che evitano allo sguardo di distrarsi dalla retta via di fronte a loro) e i vestiti più improbabili e, immancabile anche a luglio e agosto, il grande colbacco di lontra che portavano i loro antenati in Lituania. Le donne hanno la parrucca (non possono mostrare i propri capelli) e sfornano figli allo stesso ritmo delle donne di Gaza: la guerra dell’utero è spietata.

A Gerusalemme Ovest puoi goderti l’atmosfera un po’ parigina di uno di quei locali che tanto mancano all’Italia: intimità e spontaneità di fronte a una zuppa e un sidro di mele, giovani che improvvisano jazz, lontano dal fighettismo milanese e dall’alternativismo forzato di una sinistra rinchiusa in schemi vecchi di 30 anni. Puoi andare alla cinémathèque –che io letteralmente adoro– e vedere film armeni, georgiani o giapponesi, ma soprattutto puoi spiare nelle mille pieghe della società israeliana: ebrei venuti dall’Algeria negli anni 70 che vivono della stessa cultura dell’onore degli arabi, storie di amori resi impossibili da leggi mostruosamente ingiuste, film degli anni 60 a metà fra Godard, Maya Deren e Milo Manara.

Cammini per le vie dello shopping e ti imbatti in un qualche colono adolescente con il fucile a tracolla. Passeggi nei verdi quartieri residenziali pensando di essere in Europa e all’improvviso ti ritrovi in viuzze strette riempite dal chiasso delle yeshive, dove i ragazzi studiano il Talmud anche 14 ore al giorno, e lo studiano gridando perché così suole. Nei café ti ritrovi in mezzo a una gioventù vitale, creativa e originale, che ti incuriosisce e ti ispira simpatia, ma poi in un flash vedi ciascuno di loro soldato, magari a umiliare un pullman di anziani palestinesi controllati stile vivisezione sulla via della moschea di al Aqsa, e ti incupisci. La sera dopo magari assisti a uno show sperimentale dove mescolano lirica, elettronica, video e testi sulle ingiustizie che gli israeliani infliggono ai palestinesi, con ¾ del pubblico che abbandona la sala dopo i primi 10 minuti (per i testi, e non per lo sperimentalismo!).

Poi c’è Gerusalemme est, la città occupata. È quella dove abito anch’io. Cumuli di macerie e detriti ovunque, che non si capisce bene da dove vengano: case demolite dai bulldozer israeliani, non-curanza per lo spazio pubblico tipica degli arabi, rassegnazione a uno stato di precarietà perenne, amarezza per un posto che ti appartiene solo a metà, abitudine a non rispettare nessuna regola perché tutte le regole e le leggi sono Israele. È una città dove pare vigere un coprifuoco implicito. Forse per frustrazione, ma quasi nessuno esce da casa propria dopo le 7 di sera. L’atmosfera è impercettibilmente soffocante.

 

 
contributo di Marta Mancini, foto di Chiara Stella Campanella chiaraetoile@hotmail.com